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Home | People & Horses | Anastasia Chechi: lo sport nel DNA e non solo

Anastasia Chechi: lo sport nel DNA e non solo

L’eccellenza nello sport è una storia di famiglia per Anastasia, neo laureata campionessa italiana young rider di completo. Un cognome a cinque cerchi il suo ma oggi vince con tanta ‘farina del suo sacco’...

26 Ottobre 2026
di Liana Ayres
Anastasia Chechi: lo sport nel DNA e non solo

© Paolo Biroldi

Anastasia Chechi è oro Young Riders ai Campionati Italiani giovanili Telepass sui terreni dell’Impianto Sportivo di Rocca di Papa – Centro Equestre Federale Pratoni del Vivaro. Una vittoria che corona impegno, dedizione, passione. L’ottimo risultato è arrivato al temine di una gara formidabile che ha visto la ventunenne, atleta dell’Asd Scuola di Equitazione Micheletto protagonista in sella a Islandwood Candy Man con un punteggio negativo complessivo di 38,50. Autrice di due percorsi netti nel tempo, nella prova di cross country e in quella conclusiva di salto ostacoli, Anastasia è riuscita a lasciare invariato il suo score dalla prima prova di dressage senza aggiungere punti di penalizzazione. La classifica del Campionato Italiano Young riders è stata estrapolata da quella della concomitante competizione internazionale (CCI3-S), che ha visto – anche qui – Anastasia al primo posto della graduatoria insieme ad Islandwood Candy Man.

podio
©Massimo Argenziano

Già tutto questo basterebbe a ‘fare’ la notizia, ma oneri e onori di un cognome importante nel mondo dello sport italiano, non si può sorvolare sul fatto che Anastasia, oltre a essere una bravissima completista, sia anche una ‘figlia’ d’arte che la disciplina sportiva la porta direttamente nel proprio Dna.

Il papà di Anastasia è ‘quel’ Juri. Sì, proprio lui: campione Olimpico ad Atlanta e cinque volte campione del Mondo nella specialità degli anelli. Uno dei volti dello sport azzurro più famigliari e celebrati che ora, sempre all’insegna dello sport, è il primo fan di Anastasia.

Poche settimane prima del Campionato, Anastasia era stata intervistata per Cavallo Magazine da Paolo Biroldi che l’aveva raggiunta per uno shooting fotografico insieme al papà.

L’intervista

Avevi sei anni quando hai cominciato a montare. Ti ricordi ancora il primo pony che avevi e quando hai pensato che questo poteva cominciare a piacerti?

«Allora, difficile da dire perché è passato un po’ di tempo… in realtà il primo-primo pony che mi ricordo si chiamava Stellina. Era un pony piccolino, forse uno Shetland, non lo so… Piccolino e non molto simpatico in realtà. All’inizio mi ha fatto fare dei pianti… Però già non mollavo. Non saprei neanche ricordare qual è stato il primo momento che sono andata a cavallo: penso avessi tipo due anni. Ricordo invece che ho sempre colto qualsiasi occasione per montare su un cavallo. Mi ricordo che quando la mamma mi portava in montagna, al mare, una passeggiata la volevo fare. E se c’erano cavalli io salivo. Quindi insomma, quando è diventato un po’ il mio sport, appunto a sei anni, ho chiesto se potevo cominciare a fare le famose lezioni. Non avevo mai fatto le vere e proprie lezioni. Solo le esperienze, le settimane estive, le cose che fanno i bambini, insomma. Da settembre dell’anno dei miei sei anni non ho mai smesso un giorno».

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© Massimo Argenziano

Come eri come bambina? Montavi e andavi, oppure eri una di quelle che puliva i pony, metteva la capezzina, passava un po’ di tempo intorno in scuderia?

«Ho sempre certato di stare tutto il tempo possibile in scuderia con pony e cavalli. Mi è sempre piaciuto tutto ciò che concerne questo sport. Il cavallo mi affascinava proprio come animale, non soltanto la parte sportiva. Sono sempre stata appassionata di questo ambiente, del modo in cui si può trascorrere tempo con questi animali. Quindi sì, mi piaceva anche solo pulirli, guardarli, accarezzarli, portarli a giro. Poi ovviamente la parte veramente divertente è quella quando sei sopra… Però sì, i miei mi lasciavano in scuderia soprattutto il pomeriggio e poi tornavamo a prendermi la sera. Non avevamo mai fretta. Per i cavalli non c’era mai fretta».

Quando hai capito che questa passione avrebbe potuto diventare qualcosa di più serio?

«Credo sia accaduto quando ho conosciuto Paola Micheletto e Giorgio Mazzucchelli, avevo circa nove anni. Quando sono arrivati loro nel posto dove montavo, nel giro di pochi mesi, Paola mi ha notato. Ha visto avevo tanta passione, che mi impegnavo tanto, che volevo anche farmi vedere, che mi piaceva… Mi ricordo che cominciò a darmi da montare alcuni dei suoi pony che erano un po’ più pronti, un po’ più preparati, di livello un po’ più alto, per mettermi alla prova. Mi propose di passare alla preagonistica, di non fare più solo la scuola ogni tanto. Nel frattempo ho provato altri sport, ma da quel giorno basta, mi sono concentrata solo sui cavalli».

Alla scuola di Paola sei arrivata praticamente bambina. Paola e Giorgio ti hanno vista crescere non soltanto come amazzone, ma anche come persona. Quanto conta avere accanto agli istruttori che ti conoscono così profondamente?

«Secondo me è fondamentale, soprattutto quando fai un percorso. Insomma, io sono cresciuta con loro. Da bambina non avevo neanche idea di quello che potrebbe essere stato poi il mio futuro in questo sport. E non è sempre stato così facile. Ci sono stati momenti difficili, in cui hai bisogno di un po’ di incoraggiamento, hai bisogno di qualcuno che magari ci creda un po’ più di te. Perché insomma, come tutti gli sport alla fine, io dico sempre, si vince veramente poco e si impara tantissimo dalle sconfitte. Quindi avere qualcuno che ha fiducia in te, che vede in te magari quello che ancora tu non riesci a vedere, e ci crede e te lo fa capire è fondamentale per andare avanti. Quando c’è qualcuno che ti spruna e che ci crede, poi dopo lo ringrazi».

Nella tua storia, al di là dei tuoi meriti personali, c’è un cognome importante. Quando eri piccola avevi già capito come fosse stato importante tuo padre, oppure per te era ‘solo’ il tuo papà?

«Sono abbastanza convinta che, finché ero piccola, fosse solo papà. E anche dopo… A casa, sia il papà sia la mamma sono sempre stati molto bravi a farci sentire assolutamente normalissimi. Così come siamo. E quindi io non sono… Non so neanche dire quando ho scoperto che il papà fosse famoso. Per me è normale, è il mio babbo, come per tutti. Per me come ‘bambina’ non cambia assolutamente niente, anche perché non ho idea di come sia avere un altro babbo. Penso che i miei genitori siano stati bravi a non fare della fama di papà la nostra identità. Cioè, non l’unica, insomma. Siamo una famiglia, siamo il babbo, la mamma, noi (io e mio fratello). Il resto è un arricchimento sicuramente».

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© Paolo Biroldi

Ti sei mai sentita addosso qualche aspettativa in più, proprio per il cognome che porti?

«Sì, quello probabilmente sì, ma inconsciamente. Non c’è mai stata pressione da parte dei miei genitori. Assolutamente no. Per la pressione ci penso io da sola! Il nostro cognome è molto riconoscibile a quanto pare. Quindi le persone lo vedono e quando ‘fanno il collegamento’ ti guardano un po’ in modo diverso. Ma è bello: la cosa positiva è che sono affascinate. Come dicono i miei genitori, sarebbe stato forse più difficile se io avessi scelto la sua stessa carriera di papà. Lì magari sarebbe stato molto più complicato. Magari, giustamente anche, le persone si sarebbero aspettate, cose anche più grandi di quelle che ha fatto lui».

Quanto riconosci tuo padre dentro il tuo modo di vivere lo sport?

«Purtroppo tanto. Lui mi dice spesso che, soprattutto all’inizio, era come me. Mi dice che siamo molto simili, quindi non so se è positivo o negativo…Gli assomiglio sotto certi punti di vista. Poi io non so bene dire neanche perché visto che questo è uno sport così particolare. C’è tanto di più che solo lo sport con i cavalli. Lo spirito agonistico sicuramente c’è, perché siamo qui a fare le gare, perché ci piace, perché la voglia di vincere, di fare bene c’è. Però sono contenta di fare questo sport proprio perché non è solo quello. A me basta anche vedere che il rapporto con il cavallo, che il binomio, che il lavoro che ha fatto, che quel linguaggio che devi trovare, si sta piano piano costruendo. Se poi arrivi ultima, seconda, quinta… Passa un po’ in secondo piano, quasi sempre. L’equitazione è uno sport che ti fa anche un po’ mettere i piedi per terra. Nel senso che non puoi sempre vincere. Ci sono tantissime componenti… Per come sono fatta io, penso che mi faccia anche bene questa cosa».

Il tuo babbo ti ha insegnato di più come si vince oppure come ci si affronta la sconfitta?

«Visto tutte le volte che non ha vinto, credo che mi abbia insegnato bene a gestire la sconfitta… (ride, ndr). Lui vede che quando le cose non vanno come vorrei – al di là della vittoria o della sconfitta, soffro. Ed è come soffriva lui. Una cosa che mi ripete spesso riguarda avere consapevolezza degli errori, di quello che sbagli, ma non rimanere ferma lì. Perché lì non cresci. Non si deve rimanere attaccati all’errore o alla delusione, ma fare di quella delusione il motore, per migliorare. Questo me lo dice sempre».

Da sportivo a sportiva, avete un vostro piccolo rito prima della gara?

«Come era un po’ per lui, sa che non amiamo molto avere tante persone intorno prima della gara. Insomma, la gara è nostra. Lui sa… Ancora prima che io vada in campo gara, mi fa in bocca al lupo e va via. Mi dice: In bocca al lupo. Divertiti anche. Per lui il nostro è un mondo ancora sconosciuto. Così come i tempi del nostro sport. Nel suo sport era veramente ‘tu contro te stesso’. Nel senso, sei tu che ti misuri con la tua forza, con la tua concentrazione. Per noi è diverso. Ci sono tempi diversi, c’è il cavallo, la crescita del binomio… Del resto lui alla mia età aveva già fatto le Olimpiadi…».

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© Massimo Argenziano

Islandwood Candy Man, detto Woody… Che cavallo è?

«Woody ha un carattere particolare, però va benissimo così com’è. Più imparo a conoscerlo, più sono grata di avere la possibilità di poter fare tutto questo al suo fianco. L’ho preso che era giovane, aveva sei anni, quindi è stata proprio una sfida sin dall’inizio. Con un cavallo giovane devi a maggior ragione crescerlo, quindi conoscere il suo carattere, conoscere i suoi modi, le sue esigenze. Ci vuole pazienza, ci vuole tempo, ci vuole anche molta voglia di mettersi in discussione, di ascoltare… Anche se ovviamente era già abbastanza pronto per me, la sfida più difficile è stata quella di affrontare, tra virgolette, la responsabilità di crescerlo».

Tags: Anastasia Chechi campionessa italiana cavalli completo people sport equestri Young Rider
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